Gli uomini blu

Gli uomini blu, l’onorevole popolo Targui

“Tuareg” Appena la parola viene nominata, subito vengono in mente le immagini del deserto senza limiti, di dune alte come palazzi, percorse senza fine da lunghe carovane di cammelli carichi all’inverosimile, guidate da uomini blu, usciti come per magia da un romanzo di Pierre Benoit o da una poesia di Henri Lhote. E oggi cosa è rimasto di questi tesori , di queste fotografie da catalogo, di questi sogni di civiltà ?

targui

Prima di tutto delle cifre : circa 1.300.000 esseri umani che parlano la stessa lingua la tamasheq, ripartiti su un territorio grande tre volte la Francia. Venuti dall’alba dell’umanità, pastori nel neolitico, grandi conoscitori dei cammelli (si tratta comunque di dromedari), esperti di sopravvivenza nei luoghi più ostili , sono ormai migliaia di anni che percorrono queste distese selvagge. Da qui il nome che ancora adesso loro stessi si danno : imouhar che significa “essere libero”.

Perciò sia al volante di una 4 x 4, nella miseria più nera, oppure isolato in una città europea, il Tuareg è prima di tutto un uomo libero. Anche se la storia non è stata tenera con questo popolo. L’influenza araba, l’avanzata dell’Islam, la colonizzazione francese, con le sue battaglie , la sua burocrazia, la creazione di confini artificiali, la fine delle carovane e, ultimamente, una siccità accentuata, hanno stravolto degli equilibri remoti. E’ stato un disastro, fine della pastorizia, sedentarizzazione, impoverimento, contaminazione culturale, in breve il classico corteo di cose che generalmente crea non pochi cambiamenti, accentuati anche dalla fragilità dei luoghi.

Ma questo popolo coraggioso, fiero non accetterà di scomparire senza combattere. Tutti si ricordano dei ribelli nigeriani di Mano Dayak, che hanno lottato per anni per il riconoscimento dell’identità Tuareg ; alla guida delle loro 4x4, attaccando gli avamposti dell’esercito, razziando come fecero i loro discendenti e ottenendo alla fine importanti riforme, nonostante la morte prematura del loro capo. Le loro gesta sono ancora oggi celebrate dai musicisti Ichoumar.

Oggi le rivendicazioni di autonomia non sono scomparse, anzi, malgrado la sedentarizzazione forzata degli ultimi anni, molti nomadi continuano a percorrere queste distese selvagge. Qualche goccia di pioggia e il deserto fiorisce.. Qualche filo d’erba e questi amanti dei cammelli possono partire, lasciando dietro di sé case, uffici, cantieri, per raggiungere i pascoli più lontani. Un’altra occasione di riunione del popolo Tuareg è la festa del Tindé, festa di danza e seduzione dove i giovani dividono i loro beni con i vecchi. E la grande festa annuale della Sebiba ne è un perfetto esempio.

L’ammirazione che noi dobbiamo a questo popolo così fiero, l’interesse che noi abbiamo per la sua lunga storia, la stranezza della sua flora e della fauna, così discreta ma molto originale, sono le ragioni principali che porteranno le nuove generazioni di Tuareg ad impegnarsi di nuovo in questo immenso capitale, così fragile, così fantastico e così bello da scoprire, ma soprattutto da preservare.